Zone sismiche e sismabonus: facciamo chiarezza

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zone sismiche

L’agevolazione fiscale per la messa in sicurezza antisismica del patrimonio edilizio italiano nota come “sismabonus” prevede una detrazione in percentuale variabile e fino all’85% delle spese sostenute, per gli interventi realizzati su tutti gli immobili di tipo abitativo e su quelli utilizzati come attività produttiva.

Il beneficio fiscale si applica non solo agli edifici che si trovano nelle zone sismiche ad alta pericolosità (zone 1 e 2) ma anche a quelli situati nelle zone a minor rischio (zona 3).

Sismabonus solo in zone simiche 1,2 e 3

La scelta di aver incluso anche le zone sismiche 3 nasce dall’osservazione di come anche le aree ad intensità sismica medio bassa, che sempre circondano le ridotte aree epicentrali dei terremoti violenti, possano pesare sull’entità dei danni in modo significativo in relazione alla distribuzione territoriale della popolazione e delle relative attività presenti.

Figura 1 – Fonte: elaborazione CRESME su dati ISTA e Dipartimento di Protezione Civile

Nel rapporto ANCE/CRESME “Lo stato del territorio italiano” viene evidenziato come i comuni interessati da un rischio sismico elevato (zone 1 e 2) siano 2.893 (pari al 35,8% dei comuni italiani e 131 mila Kmq di superficie territoriale) con una popolazione residente di 21,8 milioni di abitanti; nei comuni a rischio basso (zona 3) la popolazione residente è di oltre 20 milioni di abitanti distribuita in oltre 2000 comuni.

O.PC.M. n. 3274/2003 e individuazione delle zone sismiche

L’individuazione delle zone sismiche, come riportato all’articolo 16 del D.L. 63/2013, deve far riferimento all’0.P.C.M. 3274 del 20 marzo 2003. Questa Ordinanza entrò in vigore dopo il terremoto, che sconvolse le coscienze di molti, di San Giuliano di Puglia del 2002 ma per capirne il contesto è necessario fare un piccolo passo indietro.

Nell’aprile 1997, su delibera della Commissione per la Previsione e Prevenzione dei Grandi Rischi del Dipartimento della protezione civile, venne insediato un gruppo di lavoro incaricato di formulare una proposta di aggiornamento della classificazione sismica italiana.

Lo studio venne approvato dalla Commissione Grandi Rischi, trasmesso al Ministero dei lavori pubblici e successivamente pubblicato.

Tuttavia non venne mai adottato, probabilmente a causa del gran numero di comuni che sarebbero diventati sismici o a causa di un quadro normativo particolarmente complesso soprattutto dopo l’entrata in vigore del d.lgs. n. 112/1998 che attribuiva allo Stato la competenza in materia normativa ed alle regioni quella della zonazione.

Il punto di svolta, come è sempre accaduto nell’evoluzione della normativa sismica italiana, fu la tragedia di San Giuliano di Puglia nel 2002 che colpì una zona non classificata come sismica ma che lo sarebbe stata se fosse stata adottata la proposta di classificazione del 1998.

Uno dei cambiamenti principali fu l’adozione della 4a categoria definendo in questo modo tutto il territorio italiano come sismico. Ciascuna zona veniva individuata secondo valori di accelerazione orizzontale del suolo (ag) con probabilità di superamento del 10% in 50 anni.

Il provvedimento dettava i principi generali sulla base dei quali le regioni dovevano compilare l’elenco dei comuni con la relativa attribuzione ad una delle quattro categorie individuate.

In prima applicazione, fino alle deliberazioni delle singole regioni ai sensi del d.lgs. n. 112/1998, venne adottata la classificazione proposta dal gruppo di lavoro del 1998 con la differenza che i comuni che risultavano “non classificati” sarebbero entrati nella categoria 4.

L’ordinanza richiedeva, entro un anno dall’entrata in vigore, la compilazione di una nuova mappa che rispettasse in pieno i criteri indicati

Nel rispetto degli indirizzi e criteri stabiliti a livello nazionale, alcune regioni hanno classificato il territorio nelle quattro zone proposte, altre regioni hanno classificato diversamente il proprio territorio, ad esempio adottando solo tre zone (zona 1, 2 e 3) e introducendo, in alcuni casi, delle sottozone per meglio adattare le norme alle caratteristiche di sismicità.

L’Ordinanza sarebbe poi confluita nelle NTC08 (entrate in vigore dopo il terremoto dell’Aquila del 2009) che hanno introdotto importanti novità dedicando ampio spazio alla valutazione della sicurezza delle costruzioni esistenti.

Leggi anche Valutazione della vulnerabilità sismica: la coscienza della prevenzione

Cosa succede nei comuni che hanno variato la propria zona sismica: il caso di Milano

A fronte di questa evoluzione normativa nel corso degli anni molti comuni hanno variato la propria classificazione (passando da zona 4 a 3) e nella normativa relativa al sisma bonus non è stato chiarito se per la definizione della zona sismica si debba far riferimento ai soli criteri stabiliti dall’O.P.C.M. successivamente recepiti dalle regioni o proprio alle zone stabilite e riportate in allegato all’ordinanza.

Sulla questione si è espressa la Commissione Strutture dell’Ordine di Milano con una risposta basata unicamente “sul buon senso interpretativo delle leggi molto confusionarie sull’argomento”.

L’Ordine di Milano, pur riconoscendo come le zone sismiche di prima applicazione fossero elencate in allegato alla stessa Ordinanza, ricorda come la zonazione sismica ai sensi del D.Lgs 112/98 (richiamato allo stesso art. 1 comma 2 dell’Ordinanza) sia di competenza regionale.

Pertanto la logica conclusione è che la zonazione da considerare sia quella definita dalle singole Regioni e non quella di prima applicazione dell’Ordinanza.

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